Kyudo

Il Kyudo, nel rispetto dell’antica tradizione giapponese, si pratica secondo un preciso rituale che prevede una sequenza di movimenti, Kata, apparentemente cerimoniali, in realtà funzionali a raggiungere la coordinazione necessaria al corretto sgancio della freccia verso il bersaglio.
I gesti degli arcieri che aprono l’arco si ripetono uguali ad ogni tiro, ampi ed equilibrati, armonici, decisi. Praticando in modo costante, lo spirito e il corpo vengono a trovarsi nella pienezza e, al momento dello sgancio, chi osserva vede la freccia separarsi naturalmente dall’arco.
L’aver centrato o meno il bersaglio è la verifica di quanto ogni arciere sia realmente presente a sé stesso, preciso e attento nei gesti, deciso nella realizzazione.
Il Kyudo si pratica con un arco molto lungo dalla particolare forma assimetrica, risultato dell’evoluzione, operata dalla tradizionale arceria giapponese, delle forme più antiche usate per caccia e guerra.
Tradizionalmente costruito con lamine di bambù e strati di legno di gelso, l’arco viene oggi fabbricato anche con fibre sintetiche, disposte comunque secondo le antiche tecniche. Le frecce, inn bambù o in alluminio, sono notevolmente lunghe, data l’ampia apertura dell’arco giapponese. L’attrezzatura è completata da un guanto in pelle, caratterizzato dal pollice rigido che trattiene la corda fino al momento dello sgancio.
L’attività del Kyudo è niziata in Italia circa 20 anni fa sotto l’impulso del Maestro Inagaki Genshiro, caposcuola della Heki Ryu Insai Ha. La scuola Heki fonda le sue origini nell’antica tradizione marziale delle tecniche di combattimento dei primi secoli di questo millennio.

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